Saverio Strati nasce a Sant’Agata del Bianco (Reggio Calabria) il 16 agosto 1924 ed esercita il mestiere di muratore fino al ventunesimo anno d’età. Autodidatta, dopo il conseguimento della maturità liceale a Catanzaro, studia all’Università di Messina dove ha gli incoraggiamenti di Giacomo Debenedetti (di cui frequenta le lezioni assieme all’amico sodale Walter Pedullà), che legge le sue prime opere narrative e ne promuove la pubblicazione segnalandolo a Elio Vittorini. Nel 1953 conosce Corrado Alvaro, suo conterraneo, a cui guarda con ammirazione. Nello stesso anno si sposta dapprima a Roma e poi a Firenze. Nel 1958 si trasferisce in Svizzera dove risiede fino al 1964. Qui ha modo di conoscere personalmente le condizioni di vita degli emigrati, che segneranno una sua nuova stagione narrativa. Ritornato in Italia, si stabilisce a Scandicci dove risiede fino al resto dei suoi giorni.

Dal suo libro d’esordio, La Marchesina (1956) fino a L’uomo in fondo al pozzo (1989) il suo editore principale è Mondadori, che accoglie ben 16 suoi libri. Nel tempo ottiene numerosi e prestigiosi premi, tra cui il Campiello nel 1977 con Il selvaggio di Santa Venere. Dopo quella data Mondadori, che nel frattempo ha cambiato gestione e personale interno (ad esempio non c’è più Natalino Sapegno che tanto stimava e sosteneva lo scrittore), cessa di accogliere suoi lavori, che egli affida ad altri editori più piccoli o lascia inediti. Venendo così meno anche le sue entrate negli ultimi anni attraversa penose difficoltà economiche fino a quando non ottiene il sussidio della legge Bacchelli, assegnatogli grazie alla mobilitazione di amici e intellettuali. Muore nel 2014.

Nel 2019 Rubbettino avvia la ripubblicazione di tutte le sue opere (nove uscite fino al 2024 e le successive in preparazione).

Centrale, in tutta la sua opera, sono la Calabria e i calabresi, attraverso i quali l’autore indaga i molteplici aspetti dell’animo umano, nei diversi contesti e nelle diverse stagioni della vita.

Attingendo alla sua biografia tratta delle piccole comunità che vivono nella miseria (più che nella povertà), nell’arretratezza dei costumi e nell’isolamento dal mondo. Racconta di un popolo in cammino, che prima viaggia per conoscere il mondo e poi per migliorare altrove le proprie condizioni di vita.

Nell’opera di Strati non vige mai la rassegnazione dei “vinti”, bensì la corsa all’emancipazione: dai retaggi, dall’ignoranza, dalla povertà, dall’arretratezza, dall’ignavia, dai disvalori mafiosi.

Ciononostante non è mai scrittore vernacolo anzi, quando occorre, forgia una nuova lingua che attinge, valorizzandola, alla lingua stratificata dei padri.

Strati è autore di uno dei “più bei romanzi sull’infanzia” (G. Fofi), Tibi e Tascia. Così come è autore di romanzi che spiegano nella maniera più efficace e insuperata l’origine, la pervasività e le dinamiche della ’ndrangheta (Mani vuote, Il selvaggio di Santa Venere, Il diavolaro). Racconta anche delle sempre complesse dinamiche familiari, di figli ingrati o di madri schiaccianti, o delle invidie, degli odi, delle avidità tra consanguinei (I cari parenti). Ma racconta anche i tic, i vizi di un Paese che muta negli anni del boom, dell’alienazione dell’uomo moderno, fino a prefigurare e stigmatizzare gli anni amorali dell’edonismo imperante (Tutta una vita).